02 ottobre 2025 – di Robert De Carli


Una ferita che non si rimargina

Il Medio Oriente, culla delle grandi religioni monoteiste e terra che custodisce le radici bibliche della nostra fede, continua a vivere una sequenza drammatica di guerre, tensioni, fallimenti politici e tragedie umane. Negli ultimi mesi, la regione è tornata al centro dell’attenzione mondiale a causa dell’escalation di violenza tra Israele e Hamas.

La Striscia di Gaza, piccolo lembo di terra tra i più densamente popolati al mondo, è divenuta l’epicentro di una catastrofe umanitaria. Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite oltre due milioni di persone vivono oggi senza accesso regolare ad acqua potabile, elettricità e cure mediche. Le cronache raccontano immagini che scuotono le coscienze: bambini sepolti sotto le macerie, famiglie in fuga nella notte, ospedali al collasso, scuole bombardate, interi quartieri cancellati.

La Croce Rossa e l’UNRWA parlano di una crisi “senza precedenti” nella storia recente della regione. Decine di migliaia di vittime, in larga parte civili, molti dei quali bambini. File interminabili di sfollati cercano rifugio in zone sempre più ristrette e insicure. Papa Francesco, più volte, ha gridato con dolore: “Ogni vita umana è sacra, ogni guerra è una sconfitta, nessuno ha diritto di sterminare un popolo”.

Le complesse vie della diplomazia

Mentre la popolazione civile paga il prezzo più alto, i leader politici si muovono su un terreno fragile e incerto. Gli Stati Uniti hanno avanzato un piano che prevede il cessate il fuoco, la liberazione degli ostaggi israeliani e il disarmo progressivo di Hamas. Ma l’assenza di una prospettiva chiara per la creazione di uno Stato palestinese resta un ostacolo enorme. Senza una visione politica di lungo periodo, una tregua rischia di rivelarsi un semplice intervallo prima di nuove violenze.

A complicare la situazione si aggiunge la crescente tensione tra Israele e Iran: attacchi mirati, operazioni sotto copertura, minacce reciproche. Il rischio di un conflitto regionale allargato, capace di destabilizzare non solo il Medio Oriente ma l’intero equilibrio globale, è concreto.

Il Concilio Vaticano II, nella Gaudium et Spes, ammoniva: “Ogni atto di guerra che tende indiscriminatamente alla distruzione di intere città o vaste regioni e dei loro abitanti è un crimine contro Dio e contro l’uomo stesso” (GS, 80). Parole che oggi risuonano come un giudizio profetico.

Testimonianze dal campo: il dolore con un volto

In mezzo al frastuono delle armi e alle fredde statistiche, emergono volti e storie che ci chiamano alla responsabilità.

Un medico palestinese, intervistato da una rete internazionale, ha raccontato: “Lavoriamo venti ore al giorno in ospedali senza luce e senza medicine. Ogni giorno vedo morire bambini che avrei potuto salvare con una semplice trasfusione”.

Un giovane israeliano, sopravvissuto a un attacco, ha detto con voce rotta: “Abbiamo paura ogni volta che suonano le sirene. Non vogliamo la guerra, vogliamo solo vivere in pace”.

Due testimonianze opposte eppure unite dallo stesso grido: il desiderio di vivere. Ricordano a noi credenti che ogni persona ha un volto, un nome, una storia. Non esistono vittime anonime, ma fratelli e sorelle che soffrono.

La Chiesa in Medio Oriente: una speranza fragile e forte

In mezzo a tanto dolore, le comunità cristiane della regione, piccole e spesso dimenticate, restano una voce profetica. In Palestina, in Israele, in Siria, in Egitto, i cristiani vivono come minoranze esposte, ma portano avanti un’opera di resistenza evangelica.

Parrocchie, scuole, ospedali e opere caritative cattoliche aprono le porte senza distinzioni di religione o appartenenza politica. Un sacerdote di Gaza ha detto: “La nostra chiesa ospita ogni notte centinaia di sfollati. Non abbiamo cibo per tutti, ma nessuno viene respinto. Cerchiamo di dare almeno protezione e una parola di speranza”.

Papa Francesco più volte ci ha ricordato che “la pace non si costruisce con le armi, ma con la vicinanza, con il dialogo, con la fraternità”. E’ una logica che appare debole agli occhi del mondo, ma che resta l’unica capace di guarire le ferite della storia.

Una crisi che riguarda anche noi

Si potrebbe pensare che quando accade a Gaza, Gerusalemme o a Teheran non tocchi la nostra vita quotidiana. Ma non è così. Le conseguenze di questa guerra si avvertono in Europa e nel mondo intero: flussi migratori, instabilità economica legata all’energia, tensioni sociali e culturali.

Il Parlamento Europeo ha più volte chiesto l’apertura di corridoi umanitari, ma la strada è lunga e complessa, impossibile per chi non vuole aprire e ascoltare il grido di “Pace!”. Senza un impegno reale della comunità internazionale, il Medio Oriente rischia di rimanere una ferita aperta che avvelena generazioni.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica ci ricorda che “la pace è opera della giustizia e frutto della carità” (CCC, 2304). Non è un concetto astratto, ma un impegno concreto che parte anche dai nostri gesti quotidiani.

San Paolo ammonisce che “Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme” (1Cor 12,26). Non possiamo dire: “Non ci riguarda”. Gaza ci riguarda. Israele ci riguarda. La Siria ci riguarda. Ogni luogo dove ci sono conflitti insanguinati ci riguardano. L’umanità è un corpo solo.

Tre vie per non restare spettatori

Come cristiani e cittadini non possiamo limitarci a osservare da lontano. Tre vie concrete ci sono offerte.

  1. Pregare senza stancarci. Ogni Eucaristia, ogni Rosario, ogni momento di Adorazione diventi intercessione per la pace. Non una preghiera rassegnata, ma insistente, capace di scuotere il cuore di Dio e degli uomini.
  2. Sostenere la solidarietà concreta. Caritas Internationalis, Sant’Egidio e molte altre realtà lavorano in prima linea. Contribuire significa trasformare la compassione in aiuto reale, immediato e tangibile.
  3. Educare alla pace. La pace non nasce nei palazzi della politica, ma nei cuori delle generazioni. E’ nei rapporti quotidiani, nel linguaggio, nel rispetto reciproco, nella disponibilità al perdono che si costruiscono società riconciliate.

Una chiamata alla speranza

Il Medio Oriente sembra oggi avvolto solo nelle tenebre della guerra. Ma noi crediamo che la luce di Cristo Risorto non si spegne mai. E’ la fede che ha sostenuto i cristiani dei primi secoli in quelle terre ed è la stessa fede che sostiene oggi quanti resistono all’odio con la forza mite, “disarmata e disarmante”, del Vangelo.

San Giovanni Paolo II ci ricordava che “non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono” (Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, 2002).

Affidiamo al Signore le vittime, i bambini, gli anziani, i giovani senza futuro. Affidiamo a Maria, Regina della Pace, i popoli martoriati perchè la sua potente intercessione apra strade di riconciliazione e di fraternità.

Papa Francesco ci ripete con forza: “Non lasciamoci rubare la speranza” (Evangelii Gaudium, 86).

La pace non è un sogno. E’ una responsabilità che appartiene a ciascuno di noi.