di Robert De Carli – 28 gennaio 2026
La memoria liturgica di san Tommaso d’Aquino (28 gennaio) offre ogni anno alla Chiesa l’occasione di tornare a interrogarsi sul rapporto tra fede e ragione, tra ricerca intellettuale e vita teologale, tra verità contemplata e verità annunciata. In Tommaso non celebriamo soltanto una delle più alte intelligenze della tradizione occidentale, ma un pensatore che ha saputo collocare l’esercizio della ragione all’interno dell’orizzonte della fede ecclesiale senza confusione nè separazione.
La grandezza di san Tommaso consiste anzitutto nell’aver riconosciuto che la verità è una perchè uno è il suo principio. Se la fede attinge alla rivelazione divina e la ragione procede secondo i suoi metodi propri, entrambe sono ordinate allo stesso fine: la conoscenza del vero; per questo egli può affermare con decisione che «veritas est adequatio intellectus et rei»1 (De veritate, q. 1, a. 1) e, insieme, sostenere che ogni verità – ovunque si trovi – proviene dallo Spirito Santo: «Omne verum, a quocumque dicatur, a Spiritu Sancto est»2 (Super Ioannem, cap. 1, lect. 3).
Da qui deriva la sua convinzione, espressa con chiarezza in numerosi luoghi della sua opera, che non possa esservi contraddizione reale tra ciò che è autenticamente conosciuto dalla ragione e ciò che è creduto per fede. «Cum enim gratia non tollat naturam, sed perficiat»3 (Summa Theologiae, I, q. 1, a. 8 ad 2), la rivelazione non distrugge l’autonomia della ragione, ma la conduce al suo pieno compimento: ogni apparente conflitto nasce o da un uso improprio della ragione o da una comprensione insufficiente della fede.
In questo quadro si colloca l’assimilazione critica del pensiero aristotelico che san Tommaso non assume in modo servile, ma purifica e integra alla luce della Rivelazione cristiana. L’incontro con Aristotele diventa così occasione per elaborare una metafisica dell’essere che rimane uno dei contributi più originali e fecondi della teologia cristiana. La nozione di Dio come ipsum Esse subsistens4 (Summa Theologiae, I, q. 4, a. 2) non è un mero risultato speculativo, ma il fondamento di una visione ordinata del reale nella quale ogni ente riceve il proprio essere per partecipazione: «Omnia alia entia non sunt suum esse, sed participant esse»5 (De potentia, q. 7, a. 2).
Questa impostazione metafisica ha conseguenze decisive anche sul piano antropologico e morale: la dignità della persona umana, la struttura razionale della legge morale naturale, l’orientamento dell’agire umano al bene e alla beatitudine trovano in san Tommaso una formulazione di grande equilibrio e profondità. La legge naturale è definita come «participatio legis aeternae in rationali creatura»6 (Summa Theologiae, I-II, q. 91, a. 2) e la libertà non è intesa come arbitrio indifferente, ma come ordinazione al vero bene: «Libertas est causa sui, inquantum homo per rationem movet se ad agendum»7 (In II Sententiarum, d. 25, q. 1, a. 1).
In questo senso, il pensiero tomista continua a offrire criteri solidi per il discernimento etico e per la riflessione sul bene comune. La politica stessa, pur nella sua autonomia, è ordinata a un fine morale, poiché «bonum commune est melius quam bonum unius»8 (Summa Theologiae, II-II, q. 58, a. 5 ad 3), e trova il suo compimento ultimo nell’ordine della carità.
Non meno rilevante è il carattere propriamente ecclesiale della teologia di san Tommaso. Egli non concepisce il sapere teologico come impresa individuale, ma come servizio alla Chiesa. La sacra dottrina, scrive, è una scienza che procede dai principi rivelati: «Sacra doctrina est scientia, quia procedit ex principiis notis lumine superioris scientiae»9 (Summa Theologiae, I, q. 1, a. 2). Essa è ordinata non alla curiosità intellettuale, ma alla salvezza: «Finis sacrae doctrinae est beatitudo aeterna»10 (In Boetium de Trinitate, q. 2, a. 3).
Il tratto forse più sorprendente della sua figura rimane tuttavia la profonda umiltà spirituale che accompagna l’imponente costruzione dottrinale. L’esperienza mistica degli ultimi mesi di vita, culminata nella celebre affermazione secondo cui tutto ciò che aveva scritto gli appariva come “paglia”, non smentisce il valore del suo lavoro teologico, ma ne rivela il senso ultimo. La ragione, portata al suo massimo sviluppo, riconosce il proprio limite e si apre alla contemplazione del mistero, poiché «ultimus finis humanae vitae est contemplatio veritatis»11 (Summa Contra Gentiles, III, c. 25).
In un contesto culturale segnato dalla frammentazione del sapere e dal relativismo della verità, san Tommaso d’Aquino continua a rappresentare un punto di riferimento imprescindibile. La sua opera testimonia che l’unità della verità non è una costruzione ideologica, ma un dono da accogliere e da custodire con rigore intellettuale e umiltà spirituale. Celebrare san Tommaso significa, oggi come ieri, riaffermare che la Chiesa non teme la ragione, ma la chiama a esercitarsi pienamente, nella certezza che ogni autentica ricerca del vero conduce, in ultima istanza, a Dio, «qui est ipsa veritas»12 (Summa Theologiae, I, q. 16, a. 5).
Note di pagina:
- «Veritas est adequatio intellectus et rei» (De veritate, q. 1, a. 1) – «La verità è l’adeguazione dell’intelletto alla cosa.»
Questa è la celebre definizione tomista della verità. Tommaso afferma che il conoscere è vero quando l’intelletto coglie la realtà così come essa è. La verità non è una costruzione soggettiva, ma una relazione tra la mente e l’essere. Tale impostazione fonda il realismo gnoseologico di san Tommaso ed è decisiva contro ogni forma di relativismo o soggettivismo. ↩︎ - «Omne verum, a quocumque dicatur, a Spiritu Sancto est» (Super Ioannem, cap. 1, lect. 3) – «Ogni verità, da chiunque sia detta, proviene dallo Spirito Santo.»
Con questa affermazione, Tommaso riconosce l’origine divina di ogni verità autentica. Anche le verità raggiunte dalla filosofia o dalle scienze non cristiane hanno la loro fonte ultima in Dio. Ciò giustifica l’apertura della teologia al dialogo con la cultura e il sapere umano, senza timore di contaminazioni. ↩︎ - «Gratia non tollit naturam, sed perficit» (Summa Theologiae, I, q. 1, a. 8 ad 2) – «La grazia non distrugge la natura, ma la porta a compimento.»
Questo principio è centrale in tutta la teologia tomista. La rivelazione e la grazia non annullano ciò che è autenticamente umano, razionale e naturale, ma lo elevano e lo perfezionano. Da qui l’armonia tra fede e ragione, tra ordine naturale e soprannaturale. ↩︎ - «Ipsum Esse subsistens» (Summa Theologiae, I, q. 4, a. 2) – «L’Essere stesso sussistente.»
Tommaso definisce Dio come colui che non “ha” l’essere, ma “è” l’essere. In Dio essenza ed esistenza coincidono. Tutte le creature, invece, ricevono l’essere per partecipazione. Questa nozione fonda la metafisica dell’essere e la trascendenza radicale di Dio rispetto al creato. ↩︎ - «Omnia alia entia non sunt suum esse, sed participant esse» (De potentia, q. 7, a. 2) – «Tutti gli altri enti non sono il loro stesso essere, ma partecipano dell’essere.»
Qui Tommaso esplicita la distinzione tra Dio e le creature. Gli esseri creati esistono in modo derivato e dipendente, mentre solo Dio è essere per essenza. Questa dottrina fonda una visione ordinata e gerarchica del reale, evitando sia il panteismo sia il dualismo. ↩︎ - «Participatio legis aeternae in rationali creatura» (Summa Theologiae, I-II, q. 91, a. 2) – «La partecipazione della legge eterna nella creatura razionale.»
Così Tommaso definisce la legge naturale. Essa non è una convenzione sociale, ma la capacità della ragione umana di riconoscere il bene e il male partecipando alla sapienza creatrice di Dio. Questa concezione è alla base dell’etica cristiana e del diritto naturale. ↩︎ - «Libertas est causa sui, inquantum homo per rationem movet se ad agendum» (In II Sententiarum, d. 25, q. 1, a. 1) – «La libertà è causa di se stessa, in quanto l’uomo, mediante la ragione, muove se stesso all’azione.»
La libertà, per Tommaso, non è indeterminazione, ma autodeterminazione razionale. L’uomo è libero perché è capace di conoscere il bene e di orientare volontariamente le proprie azioni verso di esso. La libertà è quindi intrinsecamente legata alla verità. ↩︎ - «Bonum commune est melius quam bonum unius» (Summa Theologiae, II-II, q. 58, a. 5 ad 3) – «Il bene comune è migliore del bene del singolo.»
Tommaso afferma la priorità del bene comune, non in senso collettivista, ma come bene che permette a ogni persona di realizzarsi pienamente. Questo principio fonda una visione etica e politica nella quale la giustizia e la carità ordinano la vita sociale. ↩︎ - «Sacra doctrina est scientia, quia procedit ex principiis notis lumine superioris scientiae» (Summa Theologiae, I, q. 1, a. 2) – «La sacra dottrina è una scienza, perché procede da principi conosciuti alla luce di una scienza superiore.»
La teologia è autentica scienza, ma “subordinata”: i suoi principi non sono evidenti alla ragione naturale, bensì ricevuti dalla rivelazione divina. Ciò non diminuisce il suo rigore, ma ne specifica la natura propriamente teologica ed ecclesiale. ↩︎ - «Finis sacrae doctrinae est beatitudo aeterna» (In Boetium de Trinitate, q. 2, a. 3) – «Il fine della sacra dottrina è la beatitudine eterna.»
La teologia non è finalizzata alla sola conoscenza teorica, ma alla salvezza. Il suo scopo ultimo è guidare l’uomo alla comunione con Dio. Questo orientamento salvifico distingue la teologia da ogni sapere puramente speculativo. ↩︎ - «Ultimus finis humanae vitae est contemplatio veritatis» (Summa Contra Gentiles, III, c. 25) – «Il fine ultimo della vita umana è la contemplazione della verità.»
Per Tommaso, la felicità suprema consiste nella visione della verità, che trova il suo compimento nella visione di Dio. L’attività intellettuale, quando è ordinata correttamente, apre alla contemplazione e alla comunione con il Creatore. ↩︎ - «Qui est ipsa veritas» (Summa Theologiae, I, q. 16, a. 5) – «Che è la Verità stessa.»
Dio non possiede semplicemente la verità: Egli è la Verità. Ogni verità creata è partecipazione della Verità divina. Questa affermazione conferisce alla ricerca della verità un carattere teologico e spirituale: cercare il vero significa, in ultima istanza, orientarsi verso Dio. ↩︎