Città del Vaticano, 06.01.2026 – di Robert De Carli
Un Anno Santo attraversato dalla storia
Il Giubileo della Speranza resterà nella memoria della Chiesa come un Anno Santo attraversato dalla storia, non protetto da essa. Non un tempo sospeso, ma un tempo immerso nelle contraddizioni del mondo: guerre, crisi climatiche, instabilità economiche, migrazioni forzate, trasformazioni antropologiche e culturali profonde.
Fin dall’inizio, Papa Francesco ha voluto che questo Giubileo non fosse evasione spirituale, ma un atto di fede incarnato, capace di dire una parola evangelica credibile in un’epoca segnata da paure e disorientamento. La scelta del tema – Spes non confundit – ha indicato con chiarezza che la speranza cristiana non è ottimismo ingenuo, ma forza pasquale che nasce dalla Croce e dalla Risurrezione.
Il fatto che l’Anno Santo sia stato aperto da un Papa e chiuso da un altro – evento rarissimo nella storia recente – ne ha accentuato il carattere simbolico: la speranza non è legata a una persona, ma al Cristo vivente che guida la Chiesa attraverso il tempo.
L’apertura, 24 dicembre 2024: la speranza nasce nella notte
Nell’omelia della Notte di Natale del 24 dicembre 2024, Papa Francesco ha collocato l’inizio del Giubileo nel luogo teologico per eccellenza: la notte. Non il giorno trionfante, ma l’oscurità abitata da Dio. La speranza cristiana, ha ricordato, non nasce quando tutto è risolto, ma quando Dio decide di entrare nelle fragilità umane.
Aprire la Porta Santa in quella notte è stato un gesto fortemente simbolico: la Chiesa ha affermato che la storia – anche quando sembra chiusa – resta visitabile da Dio. In un mondo segnato da polarizzazioni e conflitti, il Papa ha invitato a riconoscere che la speranza non consiste nel negare il male, ma nel credere che il male non ha l’ultima parola.
Il Giubileo è stato così presentato non come una celebrazione autoreferenziale, ma come un tempo di conversione reale: personale, comunitaria, ecclesiale. La speranza, in questa prospettiva, è un esercizio esigente: chiede di cambiare sguardo, priorità, stili di vita.
Un Giubileo “esposto”: Chiesa dentro le ferite del mondo
Uno degli elementi più significativi del Giubileo è stato il suo carattere non protetto, potremmo dire “esposto”. Mentre milioni di pellegrini attraversavano le Porte Sante, il mondo continuava a essere attraversato da drammi collettivi. Questo ha impedito ogni lettura intimistica o disincarnata dell’Anno Santo.
La speranza, proposta dalla Chiesa, non è apparsa come un sentimento privato, ma come virtù sociale e politica nel senso più alto del termine: capacità di immaginare il futuro nonostante tutto, di costruire legami, di custodire la dignità di ogni persona.
In questo contesto, il Giubileo ha rilanciato con forza alcune dimensioni: la centralità dei poveri non come destinatari passivi, ma come soggetti di evangelizzazione; la misericordia come criterio ecclesiale non solo sacramentale, ma pastorale; la fraternità universale come antidoto alla logica degli schieramenti.
Il passaggio di pontificato: continuità nella speranza
La morte di Papa Francesco durante l’Anno Santo e l’elezione di Papa Leone XIV hanno introdotto nel Giubileo una dimensione ulteriore: quella della transizione. In un mondo che spesso vive il cambiamento come trauma, la Chiesa ha mostrato che la continuità non è immobilismo, ma fedeltà dinamica al Vangelo.
Il nuovo Pontefice ha scelto di non reinterpretare il Giubileo, ma di portarlo a compimento rispettandone l’intuizione originaria e rilanciandola. Questo atteggiamento ha offerto una lezione ecclesiologica importante: la speranza non si rifonda a ogni passaggio storico, ma si custodisce e si trasmette.
La chiusura, 6 gennaio 2026: l’Epifania come invio
La celebrazione dell’Epifania del 6 gennaio 2026, con la chiusura della Porta Santa, ha evitato consapevolmente ogni tono conclusivo o nostalgico. Nell’omelia, Papa Leone XIV ha insistito su un punto decisivo: la Porta Santa si chiude, ma il cammino continua.
La scelta dell’Epifania è stata altamente significativa. Come i Magi, anche i cristiani sono chiamati a tornare alle loro terre “per un’altra strada”, portando nel quotidiano ciò che hanno contemplato. La speranza, ha ricordato il Papa, non si conserva nei santuari, ma si consuma nelle strade della storia.
In questo senso, la chiusura del Giubileo è apparsa come un atto di invio missionario: la Chiesa non trattiene la grazia ricevuta, ma la consegna al mondo.
Un bilancio ecclesiale: cosa resta del Giubileo?
Ogni Giubileo pone inevitabilmente una domanda: che cosa resta? Non solo in termini di numeri o di eventi, ma di conversione reale.
Del Giubileo della Speranza restano almeno quattro eredità decisive:
- una rinnovata consapevolezza spirituale
la speranza è tornata al centro della predicazione e della catechesi, non come tema accessorio, ma come struttura portante della fede cristiana; - una Chiesa più sobria e più profonda
l’Anno Santo ha confermato una Chiesa meno trionfalistica e più attenta alle ferite dell’umanità; - un metodo pastorale
il Giubileo ha mostrato che l’evangelizzazione passa attraverso ascolto, prossimità, pazienza, più che attraverso strategie di potere; - una responsabilità per il futuro
la speranza, se non viene tradotta in scelte concrete, rischia di diventare retorica – il vero banco di prova inizia ora.
Oltre l’Anno Santo, una speranza affidata alla Chiesa
Il Giubileo della Speranza non si chiude come si chiude un capitolo, ma come si consegna una responsabilità. La Chiesa esce da questo Anno Santo non più forte nel senso mondano del termine, ma – se fedele alla grazia ricevuta – più consapevole della propria missione.
In un tempo che spesso confonde speranza e illusione, la Chiesa è chiamata a custodire e testimoniare una speranza diversa: quella che nasce dalla Pasqua, che attraversa la notte, che non delude perchè non si fonda sull’uomo ma su Dio.
Se il Giubileo avrà aiutato anche solo una parte del popolo di Dio a vivere così, allora esso non sarà stato un evento, ma un segno profetico per il nostro tempo.