di Robert De Carli, Città del Vaticano – 31 dicembre 2025
Giunti al termine di questo 2025, il tempo sembra invitarci a una sosta interiore. Non per fuggire dalla storia, ma per rileggerla alla luce della fede. Il passaggio da un anno all’altro non è mai soltanto un fatto cronologico: per il credente è sempre un momento di discernimento, di memoria e di affidamento. E’ l’ora in cui rendiamo grazie, chiediamo perdono e rinnoviamo la nostra speranza.
Il 2025 è stato un anno intenso, denso di eventi che hanno segnato profondamente la vita della Chiesa e dell’intera famiglia umana. Un anno che ci ha messi alla prova, ma che ci ha anche offerto segni luminosi della presenza di Dio che continua a operare nella storia.
Anzitutto, questo è stato l’anno del Giubileo della Speranza. Non un semplice evento celebrativo, ma un vero tempo di grazia. Attraversare le Porte Sante, mettersi in cammino come pellegrini, riscoprire il sacramento della riconciliazione, praticare le opere di misericordia: tutto questo ha richiamato la Chiesa alla sua vocazione più profonda. In un mondo attraversato da paure, polarizzazioni e smarrimento, il Giubileo ci ha ricordato che la speranza cristiana non nasce dalle circostanze favorevoli, ma dalla certezza che Dio non abbandona il suo popolo.
La speranza, lo abbiamo compreso ancora una volta, non è un sentimento vago o consolatorio. E’ una virtù esigente. Chiede conversione personale, rinnovamento comunitario, coraggio profetico. Il Giubileo ci ha interrogati: quale speranza offriamo davvero al mondo? Quale volto di Chiesa siamo chiamati a testimoniare oggi?
Nel cuore di questo anno giubilare, la Chiesa ha vissuto anche un momento di profondo lutto: la morte di Papa Francesco nel lunedì dell’Angelo. La sua scomparsa ha suscitato un dolore sincero e diffuso, ben oltre i confini della Chiesa cattolica. Pastore venuto “dalla fine del mondo”, segnato un’epoca con il suo stile evangelico con la sua parola spesso scomoda, con la sua attenzione costante agli ultimi, ai poveri, ai migranti, ai malati, alla casa comune.
Papa Francesco ci ha insegnato che il Vangelo va annunciato con la vita prima ancora che con le parole; che la misericordia non è una teoria, ma un incontro; che la pace si costruisce partendo dalle periferie della storia. Nel rendere grazie a Dio per il suo ministero, affidiamo la sua anima alla misericordia del Padre e raccogliamo l’eredità spirituale che ci ha lasciato: una Chiesa in uscita, umile, sinodale, capace di ascolto.
Nel ministero della continuità apostolica, lo Spirito Santo ha poi guidato il Collegio del Cardinali all’elezione di Papa Leone XIV. L’inizio del suo pontificato ha coinciso con una fase storica particolarmente complessa, segnata da profonde trasformazioni culturali, tecnologiche e geopolitiche. Fin dai primi passi, il Successore di Pietro ha richiamato la Chiesa all’unità, alla fedeltà al Vangelo e alla responsabilità di essere segno di speranza in un mondo ferito cercando e portando a tutti una “pace disarmata e disarmante”.
Accompagniamo Papa Leone con la preghiera e con la comunione sincera, consapevoli che ogni pontificato è dono per tutta la Chiesa e che il Ministero petrino resta un servizio alla fede e alla carità universale.
Accanto a questi eventi, il 2025 ha visto proseguire, spesso nel silenzio e nella fatica quotidiana, il cammino sinodale della Chiesa. Un cammino che non si riduce a riforme organizzative, ma chiede una vera conversione dello stile ecclesiale. Imparare ad ascoltare, discernere insieme, riconoscere la corresponsabilità di tutti i battezzati è una sfida che interpella profondamente la nostra vita di Chiesa. In un mondo segnato da contrapposizioni e monologhi, la sinodalità è una testimonianza controcorrente: camminare insieme non perchè sia più facile, ma perchè è più evangelico.
Ma sarebbe incompleto lo sguardo sull’anno che si chiude se non portassimo nel cuore il dramma delle guerre, vecchie e nuove. Anche il 2025 è stato segnato da conflitti che continuano a seminare morte, distruzione e odio. Guerre combattute con armi sempre più sofisticate, ma anche con la disinformazione, con il cinismo politico, con l’indifferenza globale. Intere popolazioni continuano a pagare il prezzo più alto: bambini, anziani, famiglie costrette alla fuga, popoli privati del futuro.
Di fronte a questo scenario, la Chiesa non può tacere; non può abituarsi; non può cedere alla rassegnazione. Continuare a invocare la pace non è ingenuità, ma fedeltà al Vangelo. Continuare a costruire ponti, a promuovere il dialogo, a sostenere le vittime della violenza è una responsabilità morale che interpella ciascuno di noi, credenti e non credenti.
Il 2025 ha inoltre confermato quanto sia urgente la custodia del creato. Eventi climatici estremi, disastri ambientali e nuove povertà legate al degrado dell’ambiente hanno mostrato, ancora una volta, che la crisi ecologica non è una questione marginale, ma una grande questione morale, sociale e spirituale. Prendersi cura della casa comune significa difendere la dignità delle persone, specialmente i più vulnerabili, e assumere uno stile di vita più sobrio, solidale e responsabile. La speranza passa anche da qui: dal riconoscere che il creato non ci è stato consegnato per essere sfruttato, ma custodito.
Uno sguardo particolare va poi rivolto alle nuove generazioni e ai giovani. Il 2025 ha evidenziato, con forza, le fatiche e le inquietudini di molti giovani: precarietà, solitudine, disorientamento, paura del futuro. E tuttavia, accanto a queste ombre, abbiamo visto anche segni luminosi di impegno, volontariato, ricerca sincera di senso. Molti giovani continuano a interrogarsi, a servire, a donarsi, anche quando la società sembra offrire loro poche certezze. La Chiesa è chiamata ad ascoltarli, a camminare con loro, non come semplici destinatari, ma come protagonisti di un futuro che chiede di essere costruito insieme.
Il 1° gennaio, domani, sarà anche la Giornata Mondiale della Pace e il tema proposto per il 2026 – «La pace sia con tutti voi: verso una pace “disarmata e disarmante”» – risuona come una parola profetica all’inizio di questo nuovo anno. E’ il saluto che il Santo Padre Leone, appena eletto, ha rivolto ai presenti in Piazza San Pietro per la prima benedizione Urbi et Orbi. Ma è il saluto del Risorto ai suoi discepoli, carico di misericordia e di riconciliazione, che la Chiesa continua a consegnare a un mondo ferito da conflitti, violenze, polarizzazioni e paure. Parlare oggi di una “pace disarmata” significa riconoscere che la pace non nasce dalla forza delle armi o dall’equilibrio delle minacce, ma dalla conversione dei cuori; e parlare di una “pace disarmante” significa affermare che la vera pace ha la capacità di smascherare le logiche dell’odio, di interrompere la spirale della vendetta, di aprire nuovi spazi di dialogo e di fiducia. In questo orizzonte, la pace non è un’utopia ingenua, ma una responsabilità concreta, affidata a ciascuno di noi: nelle relazioni quotidiane, nelle scelte personali e comunitarie, nell’impegno per la giustizia, la dignità di ogni persona e il rispetto della vita.
Alla soglia del 2026 siamo chiamati a rinnovare il nostro impegno personale e comunitario. Il nuovo anno non sarà automaticamente migliore del precedente: dipenderà anche da noi, dalle scelte che faremo, dalle parole che useremo, dalla qualità delle relazioni che sapremo costruire. La speranza cristiana ci chiede di essere artigiani di pace, custodi della dignità umana, testimoni credibili del Vangelo nella vita quotidiana.
Con questi sentimenti, auguro a tutti voi un buon 2026: un anno di pace cercata e costruita, di speranza condivisa, di fede vissuta con umiltà e coraggio.
Buon anno!