di Robert De Carli – Città del Vaticano, 24 dicembre 2025
Nella notte più luminosa dell’anno, mentre il silenzio del mondo è attraversato dal canto degli angeli e la Chiesa veglia come una madre accanto alla culla del Figlio, ci è dato di ascoltare ancora una volta l’annuncio che sostiene la storia: “Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore” (Lc 2,11).
Questa parola, così familiare e sempre nuova, risuona stanotte con una profondità particolare. Celebriamo, infatti, il Natale dell’anno del Signore 2025, mentre siamo ormai giunti al termine del Giubileo della Speranza, un tempo di grazia che ha segnato il cammino della Chiesa universale e delle Chiese particolari e che si chiuderà solennemente il prossimo 6 gennaio, solennità dell’Epifania.
Non è un caso, non è una semplice coincidenza liturgica: la Chiesa conclude il Giubileo non davanti a un trono, ma davanti a una mangiatoia; non con un discorso di potenza, ma con il silenzio adorante di questa notte santa.
La parola del profeta Isaia che ci accoglie all’inizio della liturgia della notte di Natale ci pone davanti un’immagine potente e consolante: “Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce” (Is 9,1-2).
Non si tratta di un popolo fermo, ma di un popolo che cammina. Anche nelle tenebre, Israele non smette di avanzare. Le tenebre, nella Scrittura, non indicano solo l’oscurità esterna, ma soprattutto quella interiore: la confusione, la paura, la perdita di senso, l’esperienza dell’oppressione e dell’esilio.
Quante volte anche nel nostro tempo, ci siamo sentiti così: un popolo in cammino, ma affaticato; una umanità che procede, ma spesso senza bussola. Le guerre sembrano interminabili, le violenze che segnano intere regioni del mondo, le disuguaglianze crescenti, le fragilità delle famiglie, la solitudine di tanti (soprattutto dei più anziani e malati), il disorientamento dei giovani, la fatica della Chiesa stessa nel testimoniare il Vangelo in un mondo che cambia rapidamente.
Eppure, Isaia non annuncia una strategia, non promette una svolta politica immediata: annuncia una luce. Non dice che le tenebre non esistono più, ma che non sono più l’ultima parola.
Questo Giubileo ci ha educati proprio a questo sguardo di fede: la speranza cristiana non nasce dalla rimozione del male, ma dalla certezza che Dio entra nel buio della storia – la luce non abbaglia, non cancella tutto in un istante, ma rischiara il cammino passo dopo passo.
Il cuore di questa profezia si concentra in una frase disarmante: “Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio” (Is 9,5-7).
Dio risponde all’angoscia dell’uomo non con una spiegazione, ma con un dono; non con una teoria, ma con una presenza; non con la forza, ma con la fragilità.
Questo è il paradosso del Natale che rischiamo molte volte di dare per scontato: Dio sceglie la piccolezza per manifestare la sua onnipotenza; un Bambino che ha bisogno di tutto, di essere accolto, nutrito, protetto; un Dio che si affida alle mani degli uomini.
Alla fine di quest’Anno Santo questa scena ci interroga profondamente: che tipo di speranza abbiamo coltivato? Una speranza trionfalistica che cerca segni di successo e di visibilità? O una speranza evangelica, capace di riconoscere Dio nei segni umili, nascosti, quotidiani?
Il Bambino di Betlemme ci chiede una conversione dello sguardo: la speranza cresce dove qualcuno si prende cura, dove si accetta di essere piccoli, dove si rinuncia alla pretesa di controllare tutto.
San Paolo, nella lettera a Tito, porta questa riflessione sul terreno concreto della vita: “E’ apparsa la grazia di Dio che porta salvezza a tutti gli uomini” (Tt 2,11).
La speranza cristiana non è un’idea astratta, ma un evento: è apparsa, ha fatto irruzione nella storia. E questa grazia, dice Paolo, ci educa perchè la speranza non ci lascia come siamo, ci forma, ci plasma, ci rende liberi. Essa ci insegna a rinnegare ciò che distrugge l’uomo: l’egoismo, l’indifferenza, la violenza, l’idolatria del potere e del denaro; e ci educa a vivere in modo sobrio, giusto e pio, cioè con uno stile di vita riconciliato, responsabile, aperto a Dio e agli altri.
Al termine del Giubileo, questa parola diventa esigente: la speranza che non cambia la vita è solo un’illusione. Se davvero abbiamo incontrato Cristo, se davvero abbiamo attraversato una Porta Santa, allora qualcosa del nostro modo di pensare, di scegliere, di relazionarci deve essere trasformato.
Nel Vangelo di Luca una parola risuona con forza straordinaria: oggi. “Oggi vi è nato un Salvatore” (cfr. Lc 2,11). Non ieri, non domani. Oggi.
Il cristianesimo non è la nostalgia di un passato glorioso nè l’attesa passiva di un futuro migliore: è l’incontro con un Dio che entra nel presente. Questo “oggi” attraversa tutta la storia della salvezza e raggiunge anche noi, in questa notte di Natale.
Anche alla fine del Giubileo potremmo essere tentati di dire: “è stato un tempo intenso, ora si torna alla normalità”: ma il Vangelo ci impedisce di archiviare la grazia, l'”oggi” di Dio continua se noi gli apriamo la porta. Ed ecco che questa notte il Signore nasce per noi, qui, ora, nelle nostre concrete situazioni di vita.
I primi destinatari dell’annuncio sono i pastori. Non i sapienti, non i potenti, non i religiosamente impeccabili, ma uomini ai margini, gli ultimi.
Questo dettaglio non è secondario: Dio affida la prima notizia del Natale a chi non conta. La speranza evangelica comincia sempre dagli ultimi, da coloro che non hanno altro titolo se non la loro povertà.
Il Giubileo della Speranza ci ha continuamente richiamati a una Chiesa che non dimentica nessuno, che non si chiude, che non seleziona i destinatari dell’amore di Dio. Una Chiesa che, come i pastori, sa mettersi in cammino “senza indugio” (cfr. Lc 2,15-16). La speranza autentica non immobilizza, ma mette in movimento, ci invita all’incontro.
Il canto degli angeli unisce due dimensioni inseparabili: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che Egli ama” (Lc 2,14).
Dove Dio è conosciuto come Signore, l’uomo ritrova la sua dignità; dove l’uomo si sostituisce a Dio, la pace si spezza. Il nostro mondo ha sete di pace, ma spesso cerca la pace senza passare dalla conversione del cuore; il Natale ci ricorda che la pace vera nasce dalla riconciliazione: con Dio, con gli altri, con sè stessi.
Mentre ci avviciniamo alla conclusione del Giubileo, il Natale ci affida una missione: custodire la speranza. Custodirla come Maria nel silenzio e nella contemplazione; custodirla come Giuseppe nella fedeltà quotidiana e nell’obbedienza fiduciosa; custodirla come i pastori raccontando ciò che abbiamo visto e udito.
Custodire la speranza significa non lasciarla spegnere nella stanchezza, non ridurla a un sentimento privato, non trasformarla in uno slogan: la speranza è una luce da portare, una responsabilità da vivere, un dono da condividere.
Stanotte, davanti al Bambino deposto nella mangiatoia, possiamo dire con verità e gratitudine: la speranza non ci ha delusi perchè Dio è rimasto fedele.
Alla fine del Giubileo la Chiesa non chiude una porta, ma apre ancora più profondamente quella del cuore: lì Dio continua a nascere, se lo accogliamo.
Accogliamolo, quindi, con umiltà. Lasciamoci trovare e salvare e torniamo alle nostre case, come i pastori, “glorificando e lodando Dio” (Lc 2,20), portando nel cuore e nel mondo la luce mite e invincibile di questa notte santa e di questo Natale!
Buon Santo Natale!